Economia

L’Emissions Trading System: un peso insostenibile per la chimica europea

In Breve

Qual è l'impatto previsto dell'Ets sul settore chimico?
L'Ets potrebbe aumentare i costi per il settore chimico fino a 1,5 miliardi di euro all'anno, erodendo gli investimenti.
Quali sono le principali preoccupazioni delle imprese chimiche?
Le imprese segnalano la crescente concorrenza cinese e gli oneri delle politiche europee come principali rischi.
Come stanno cambiando gli investimenti nel settore chimico?
Il 27% delle aziende prevede di ridurre gli investimenti, mentre il 23% prevede un aumento.

Il settore chimico europeo si trova ad affrontare una sfida significativa con l’Emissions Trading System (Ets), il cui costo è destinato a salire dagli attuali 600 milioni di euro fino a 1,5 miliardi all’anno. Questa crescita rappresenta una potenziale erosione degli investimenti, con conseguenze dirette sulla competitività delle imprese.

Accanto all’Ets, il Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam) si applica principalmente a materie prime e prodotti ad alta intensità di carbonio. Tuttavia, la sua complessità e l’incertezza sulla sua efficacia sollevano interrogativi tra gli operatori del settore, specialmente in vista di un’accelerazione del phase out delle quote gratuite.

Francesco Buzzella, presidente di Federchimica, ha evidenziato le asimmetrie regolatorie e fiscali che le imprese italiane devono affrontare rispetto ai competitor. Buzzella ha delineato tre aree critiche: la revisione dell’Ets, una politica energetica di sicurezza e diversificazione, e una strategia industriale per la decarbonizzazione.

Federchimica stima che l’Ets rappresenti attualmente un costo pari all’intera spesa in ricerca e sviluppo del settore. Un aumento di queste spese potrebbe costringere le aziende a ridurre gli investimenti o addirittura a delocalizzare la produzione.

Uno studio commissionato a Roland Berger per Cefic ha rivelato che tra il 2022 e il 2025 la chiusura di impianti ha comportato una riduzione del 9% della produzione europea, accompagnata da un calo del 90% degli investimenti nel comparto. Un’indagine su 100 aziende associate ha mostrato che il 27% prevede di ridurre gli investimenti, mentre il 23% prevede un aumento.

Le priorità di investimento delle aziende includono digitalizzazione (35%), efficienza operativa (47%), ricerca e innovazione (35%), competenze e formazione (27%), efficienza energetica (18%), e sostenibilità (10%). Tuttavia, il settore ha già registrato una perdita del 13% della produzione in Italia rispetto al 2021 e una perdita di capacità produttiva aumentata di sei volte dal 2022, equivalente a 37 milioni di tonnellate.

Le previsioni per la produzione chimica italiana indicano una contrazione ulteriore nel 2026 (-3%) con un lieve recupero nel 2027 (+0,5%). Tra i rischi segnalati dalle imprese, il 51% indica la crescente concorrenza cinese, il 43% cita i conflitti in Ucraina e Medio Oriente, e il 42% menziona gli oneri delle politiche europee su sicurezza, salute e ambiente.

Il settore energetico presenta un ulteriore svantaggio competitivo, con i prezzi europei del gas che sono circa 3,3 volte superiori a quelli statunitensi. L’Italia si trova in una situazione ancora più critica, con costi energetici che incidono pesantemente sia sull’approvvigionamento che sulla decarbonizzazione.

Nonostante la necessità di una transizione verso un’industria decarbonizzata, le imprese richiedono strumenti che incentivino gli investimenti e una revisione dei meccanismi come l’Ets. È fondamentale proteggere le filiere industriali per evitare perdite di capacità produttiva e occupazione. Il settore ha già compiuto progressi significativi, con una riduzione delle emissioni di gas serra del 70% dal 1990, ma avverte che costi e oneri eccessivi rischiano di compromettere la competitività e la sopravvivenza delle aziende.

Economia Energia