Contesa legale sull’area a caldo dell’ex Ilva: Acciaierie d’Italia contro i cittadini di Taranto
In Breve
- Qual è la causa della contesa legale sull'ex Ilva?
- La contesa legale riguarda la conferma della fermata dell'area a caldo dell'ex Ilva disposta da un decreto della Corte d'Appello di Milano.
- Quando è fissata l'udienza per le istanze di sospensiva?
- L'udienza è fissata per il 9 settembre a Milano.
- Quali sono le conseguenze per i lavoratori?
- Circa 2.500 licenziamenti collettivi sono stati annunciati da 28 imprese associate ad Aigi.
La situazione dell’ex Ilva di Taranto continua a essere al centro di una contesa legale che coinvolge Acciaierie d’Italia e i legali dei cittadini di Taranto, supportati dall’associazione Genitori Tarantini. La disputa ruota attorno alla conferma della fermata dell’area a caldo, disposta da un decreto della Corte d’Appello di Milano, con termine previsto entro fine ottobre.
Il 9 settembre si svolgerà a Milano un’udienza per le istanze di sospensiva presentate sia da Acciaierie d’Italia sia da Ilva, che hanno impugnato il decreto anche in Corte di Cassazione. Gli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano sostengono che la concessione della sospensione richiede la prova della gravità e dell’irreparabilità del danno, argomentando che nel caso specifico non sarebbe provato il requisito della gravità.
In particolare, contestano l’affermazione di Acciaierie d’Italia secondo cui precedenti fermate avrebbero dimostrato il rischio di compromissione irreversibile. Ricordano che gli altiforni e le cokerie sono stati fermati e successivamente riavviati, e nel caso delle cokerie, un fermo prolungato di oltre otto mesi non ha impedito la produzione di acciaio grazie all’approvvigionamento di coke sul mercato. Questo, secondo i legali, suggerirebbe una scelta di privilegiare il profitto a scapito della salute pubblica, dato che le cokerie sono responsabili delle emissioni di sostanze nocive come benzene e IPA, incluso il benzoapirene.
Acciaierie d’Italia, dal canto suo, replica che i precedenti casi non sono comparabili. In passato, infatti, gli altiforni sono stati mantenuti in condizioni di conservazione mediante il riscaldo dei cowper, operazione che il decreto attuale impone di non adottare. Inoltre, le cokerie erano state fermate nell’ambito di un procedimento tecnico e autorizzativo con il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (Mase), che ha consentito misure di conservazione.
Secondo l’azienda, il decreto subordina la ripresa dell’area a caldo a due condizioni che non sarebbero realizzabili nel termine di 90 giorni: la completa rimozione dell’amianto presente nei cowper e la risoluzione delle problematiche relative alle concentrazioni ambientali di PM10 e PM2,5. Acciaierie d’Italia stima che ci siano circa 1.690 tonnellate di materiale confinato in sette dei dodici cowper e descrive l’intervento di rimozione come paragonabile al rifacimento integrale dei cowper, con tempi tecnici di almeno un anno.
Inoltre, l’azienda sottolinea che non esistono, nel comparto siderurgico europeo, conclusioni BAT o autorizzazioni integrate ambientali che stabiliscano limiti di emissione per PM10 e PM2,5, e che la definizione di tali limiti richiederebbe un procedimento di riesame dell’AIA con tempi superiori ai 90 giorni. Acciaierie d’Italia precisa che la Valutazione di impatto sanitario (VIS) è parte integrante dell’AIA del 4 agosto 2025 e che la nota del 26 febbraio 2026 contiene richieste di approfondimento su specifici aspetti della prescrizione n.2.
Nel frattempo, il Governo ha convocato tre incontri a Palazzo Chigi con enti locali, associazioni delle imprese e sindacati. I numeri dei lavoratori potenzialmente interessati dalla fermata continuano a crescere: 28 imprese associate ad Aigi hanno annunciato circa 2.500 licenziamenti collettivi, mentre Confapi prevede un incremento di circa 1.700 unità tra licenziamenti e ricorso alla cassa integrazione, senza aver però ancora attivato le procedure. Aigi ha convocato i sindacati per il 10 settembre per discutere dei 2.500 licenziamenti.